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Addio a Benetti, l'uomo che sopravvisse due volte - Ex partigiano se la cavò perdendo un braccio
Il 25 dicembre 2007, a 84 anni di età, se n'è andato Giovanni Benetti. Nel corso dell'ultimo conflitto aveva militato nelle file della Resistenza con il nome di battaglia di "Betti". Catturato dai Tedeschi, era stato condannato a morte, una prima volta per impiccagione e la seconda per fucilazione. In entrambe le circostanze era riuscito a salvarsi, sia pure a costo della perdita di un braccio. Il racconto di queste vicende è contenuto in "Memorie di un sopravvissuto" a cura di Mariagiulia Sandonà. Un ricercatore, Andrea Giordano, ha voluto ricordarlo con lo scritto che pubblichiamo di seguito.
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Provate a immaginare che cosa si prova a rimanere impiccati a una trave per quattordici ore consecutive nel buio di una cantina di un casolare di campagna, in punta di piedi su un mattone, in bilico tra la vita e la morte. Tra la vita e l'autoimpiccagione, come avrebbero voluto i suoi aguzzini. Nel buio di una cantina tra la sete, la fame, i gemiti dei compagni feriti, moribondi. Quattordici interminabili ore lì, fermo, con i pensieri che ti attraversano la mente a una velocità indecifrabile, i compagni che ti incitano a lasciarti andare per evitare le torture del giorno dopo. Ma lui è rimasto lì, immobile, sofferente, alla ricerca continua di un respiro che gli facesse dimenticare o ricordare di avere un cappio al collo. Era lì il "Betti", immerso totalmente in un mondo tutto suo. Avrei voluto vedere la faccia stupita, incredula del Tedesco quando alle otto del mattino è entrato in quella cantina per tirarlo giù, certo di trovarlo morto. Ma quell'uomo non lo era, perché quell'uomo era il "Betti".
Provate a immaginare che vi diano una vanga e vi costringano a scavare una fossa sufficentemente larga, alquanto profonda... E vi venga da pensare: "Adesso lo colpisco, lo disarmo e sparo agli altri tre". Ma poi non lo fai perché...". Era lì il "Betti", con la vanga in mano a scavarsi la fossa con le proprie (tutte e due ) braccia.
Provate a pensare a due amici che si abbracciano e si stringono forte, sapendo che tra un secondo il grilletto muterà la sua posizione di riposo e sarà la fine di tutto. Ma per Morselli solo... Perché il "Betti" è ancora lì, sporco di sangue, teso ad accompagnare con uno spostamento del corpo il suo amico, adagiandolo nella fossa. Poi è il turno di Chiesi, già morente, e poi ancora di Rossi, ma questa volta il proiettile devia e va a colpire il polpaccio del "Betti", il quale comincia a urlare, lasciandosi cadere a sua volta nella fossa come se lo avessero colpito a morte. Accuratezza, diligenza, scrupolosità tedesca vuole che venga fatto un giro di mitraglia sui corpi dei quattro, per essere sicuri.
Le vanghe agli assassini, e giù terra, fino a farli scomparire. Provate a immaginare di essere sepolti vivi... E di sentire il tonfo dell'arnese agricolo che vi spiana il terreno. Provate a immaginarvelo. Il "Betti" lo era...vivo, essendosi finto morto; il braccio sinistro perso per sempre, ma vivo. Ancora una volta vivo... sepolto vivo.
Era lì il "Betti", sotto un metro di terra, con un braccio maciullato dalla mitraglia, ma lì, vivo, alla ricerca disperata di aria e in attesa del momento propizio per uscirne. Con l'aiuto di quello "buono" ha scavato, ne è uscito e ha camminato, nella notte, trovando rifugio in un convento di frati missionari. Poi la corsa all'ospedale di Parma dove gli è stato amputato il braccio e infine la fuga dallo stesso nosocomio dove era stato nuovamente individuato. Con la paura addosso, attraverso strade frequentate dai nazifascisti, travestito da vecchia donna, su un carretto, trainato fino a Migliarina di Carpi. C'era anche la tua Ormiste quella volta lì.
Ancora due condanne pendevano su di te, da una parte quella del Comando fascista come disertore, dall'altra quella del Comando tedesco di Cremona come partigiano scampato a una esecuzione. Ma non solo, la tua più grande tristezza era data dal sapere che la tua vicenda non era stata creduta veritiera da parte di alcuni esponenti di squadre partigiane. Come traditore avresti potuto essere fucilato dai partigiani di Migliarina, se non fosse stato per due tuoi cari amici d'infanzia che non esitarono a mettere la loro vita per la tua: " Benetti non va toccato: se è un traditore, se è un fascista, allora dovete fucilare anche noi". Forse questa è una spina che ti è rimasta nel fianco, ma mi auguro che il mirabile, lodevole, encomiabile gesto di Leonardo Tosi ed Elvisio Caliumi ti abbia ripagato nel tempo .
22 aprile 1945: Carpi è libera, riprenditi la vita, "Betti" , un po' più amara, senza più l'aiuto di un braccio nella vita di tutti i giorni, ma con la tua Ormiste, i figli che verranno, i nipoti, i ricordi che non ti abbandoneranno, gli incubi notturni che abilmente saprai mettere su tela.
Suo padre poteva non vederlo per un mese intero, perché lui dormiva dove capitava, in campagna, mangiando i frutti della terra o a casa dei contadini. E' sempre stato un "ribelle" Betti, lo so per certo, un po' Rosso Malpelo un po' Olmo Dalcò. Non è una favola, non è un film, è la storia vera, unica, irripetibile di Betti o Elis o Strela o semplicemente Giovanni.
Mentre ero lì, nel cimitero di Migliarina con la bandiera dell'Anpi in mano e guardavo la bara scendere giù nella fossa, pensavo che se sono un uomo libero lo devo anche a te e ti ringrazio...
E che questa volta purtroppo non ce la farai ad uscire di lì "fisicamente". Ma poi ho sorriso, rammentandomi di quelle volte che, abbracciandoti ormai ottantenne, ti dicevo: "Ciao carissimo, alòra cum' andòmia?". E tu, puntualmente: "An-gh'è mèl, ancòra quaranta o sincuant'ann e pò aiò finìi". Non ho mai stentato a crederlo.
Arrivederci Betti.
di Andrea Giordano
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