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Gina
Borellini
Gina
Borellini. Nata a San Possidonio (Modena) il 24 ottobre
1919, impiegata, Medaglia d’oro al valor militare.
Dopo la scomparsa di Carla Capponi,
è rimasta l’unica sopravvissuta
delle sedici donne italiane decorate con la
massima ricompensa militare per la loro attività
durante la lotta di Liberazione. Subito dopo
l’armistizio, la Borellini s’impegnò
prima prestando aiuto ai militari sbandati,
poi come staffetta e partigiana combattente
nelle formazioni del Modenese. Catturata col
marito, Antichiaro Martini, fu atrocemente torturata.
Per tre volte portata di fronte al plotone d’esecuzione,
non dimostrò mai il minimo cedimento.
Quando i fascisti la rilasciarono, rinunciò
a mettersi al sicuro per restare vicina al marito
prigioniero; quando questi fu fucilato, la Borellini
riprese il suo posto di combattente. Ferita
durante un’azione nell’aprile del
1945, rifiutò di essere soccorsa, per
non intralciare il compito dei suoi compagni
di lotta. Da sola riuscì a frenare una
grave emorragia e a riparare all’ospedale
di Carpi, dove i sanitari furono costretti ad
amputarle una gamba. Mentre era ancora ricoverata,
fu individuata dalla polizia fascista, che la
sottopose ad estenuanti, inutili interrogatori.
Gina Borellini sarebbe stata fucilata se non
fosse sopravvenuta l’insurrezione.
Dopo la Liberazione, è stata consigliere
provinciale di Modena, presidente dell’Unione
donne italiane e dell’Associazione mutilati.
E’ anche stata eletta deputato nella I,
nella II e nella III legislatura ed ha fatto
parte della Commissione Difesa della Camera.
Questa la motivazione della ricompensa al valore
concessa alla Borellini:" Giovane sposa,
fin dai primi giorni dedicava tutta se stessa
alla causa della liberazione d’Italia,
rifugiando militari sbandati e ricercati e aiutandoli
nel sottrarsi al servizio con i tedeschi, staffetta.
Instancabile ed audacissima, trasportava armi,
diffondeva opuscoli di propaganda, comunicava
ordini, sempre incurante del grave pericolo
cui si esponeva. Arrestata col marito, resisteva
alle più atroci torture senza dire una
parola sui suoi compagni di lotta. Tre volte
condotta davanti al plotone di esecuzione assieme
al suo consorte, continuava a tacere. Inopinatamente
rilasciata, rifiutava di nascondersi in montagna
per essere più vicina al marito tuttora
detenuto. Fucilato questo, arrestatole un fratello,
raggiunse una formazione partigiana con la quale
affrontava rischi e disagi inenarrabili e non
esitava ad impugnare le armi dando frequenti
e luminose prove di virile coraggio. Sorpresa
la sua formazione dalle Brigate Nere, gravemente
ferita ad una gamba nella disperata eroica resistenza,
non permetteva ai suoi compagni di soccorrerla,
sola riusciva a frenare la copiosa emorragia
e, traendo coraggio dal pensiero dei propri
figli, si sottraeva alle ricerche nemiche. Nell’ospedale
di Carpi, individuata dalla polizia fascista
subisce, sebbene già in gravissime condizioni,
estenuanti interrogatori, ma tace incrollabile
nella decisione eroica. Amputatale la gamba,
l’insurrezione la sottrae alla vendetta
del nemico fuggente. Fulgido esempio di sacrificio
e di eroismo".
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